Bagni no gender

Bagni no gender

Bagni no gender

Identità di genere del soggetto

Nei giorni in cui cresce la polemica per la proposta di istituire i “bagni no genere” nell’Ateneo di Pisa l’attenzione si focalizza di nuova sull’attenzione alle persone LGBTQ+.

Se è un problema l’etichetta di una toilette, cosa può comportare rivolgersi a qualcuno in maniera sbagliata? Usando un nome o un pronome improprio che non corrisponde all’identità di genere del soggetto?

E’ un tema su cui porre l’attenzione.

I professionisti che trattano con persone LGBTQ+ sanno da tempo quale sia la risposta.

Se la mia carta di identità dice che sono Mario, ma mi sento Anna, anche se non ho ancora iniziato un percorso di transizione da un sesso all’altro è giusto che la mia sensibilità venga riconosciuta e ci si rivolga a me come Anna. Innanzitutto per rispetto.

Gli operatori usano chiedere in sede di primo incontro qual è l’identità di genere e usano pronomi e nomi di conseguenza.

Purtroppo non sempre nel mondo reale le cose vanno così.

Ma come ci sentiremmo noi se, sentendoci donna, ci parlassero e ci trattassero come se appartenessimo al mondo maschile?
Penseremmo probabilmente che il nostro interlocutore sia quantomeno poco attento e faremmo notare la cosa.
Beh sarebbe bello questo accadesse comunque.

Non sappiamo, né possiamo avere la pretesa di conoscere lo storico di chiunque.

Quindi un generico “lei” iniziale e la richiesta neutra di nome e cognome può essere un buon modo per darci un’indicazione e togliere tutti i presenti dall’imbarazzo.

Ovviamente senza comunicare, attraverso gesti, occhiate e tutto quanto attiene alla comunicazione non verbale un eventuale disappunto!

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