Intervista alla dottoressa Rosanna Palmiotto ( ginecologa) e alla dottoressa Cristiana Dalla Zonca ( psico-sessuologa)

Si può guarire dalla vulvodinia? (Risponde la dottoressa Rosanna Palmiotto)

Guarire dalla vulvodinia si può.

Va tenuto conto però che essendo causata da più fattori per curarla necessita della competenza multidisciplinare di più professionisti della salute.

Il medico ha il compito di credere al dolore della donna e spiegarle che “non è normale”, diagnosticare correttamente la patologia e somministrare la terapia farmacologica, oltre a guidarla nel percorso di cura.

E’ necessario poi l’intervento diretto di un osteopata e un fisioterapista formati sulla rieducazione e riabilitazione del pavimento pelvico, in modo da risolvere la contrattura apportando benessere e insegnando a gestire questo muscolo interno troppo spesso dimenticato.

Una terapia psico sessuologica poi è utile per superare la fobia del dolore, gestire il calo del desiderio, riappropriarsi del proprio corpo e imparare a gestire la sessualità in modo che da dolorosa passi a neutra, e poi piacevole, come cioè dovrebbe sempre essere.

Perché provare dolore durante i rapporti sessuali non è “normale”.

Il coinvolgimento di un team multidisciplinare nel processo di cura della vulvodinia è fondamentale affinché la terapia funzioni.

Per questo va sempre accertato che non ci sia solo un professionista della salute a gestire il nostro percorso di cura, ma più professionisti che mettano in campo, ognuno, le proprie specificità.

Questo è il modello che come team abbiamo deciso di adottare e devo dire che i risultati li abbiamo.

 

Come sta cambiando lo scenario oggi in termini di riconoscimento di questa malattia? ( Risponde la Dottoressa Dalla Zonca)

Il fatto che alcuni personaggi dello spettacolo e che alcuni programmi televisivi abbiano iniziato a parlarne è stato certamente d’aiuto a muovere le acque ma è ancora troppo poco.

Il problema è che fino a che non si inizia un serio dibattito e riconoscimento di questa malattia, continuerà ad essere un tabù.

Cosa significa? Che le donne se ne vergognano, non ne parlano, e invece dovrebbero farlo, per far sentire innanzitutto la propria voce e poi per dare anche alle altre la possibilità di sapere che se provano dei sintomi devono insistere per avere una diagnosi.

Gli importanti ritardi nella diagnosi, principalmente dovuti ad una mancata formazione del personale medico e agli scarsi finanziamenti per la ricerca, cui si somma la tendenza a minimizzare il dolore accusato dalle pazienti hanno sulle donne effetti disastrosi.

Bisogna capire che il percorso di cura non è breve e richiede l’assunzione di diversi farmaci, da assumersi sia per via orale che per uso topico, integratori, comportamenti specifici nel quotidiano oltre al coinvolgimento di diverse professioni sanitarie, quali medici specialisti, fisioterapisti, psicologi, comportando spese onerose e di lunga durata per ottenere esiti positivi e che molte donne, visto l’impegno economico richiesto e il costo dei farmaci, rinunciano alle cure;

Abbiamo bisogno di campagne di informazione e sensibilizzazione per diffondere una maggiore conoscenza su questa patologia e i suoi sintomi.

Va favorito un dibattito pubblico che esca dal solo perimetro sanitario e coinvolga anche le scuole in modo da dare alle donne, già in età adolescenziale, le informazioni corrette, aiutandole a non soffrire ulteriormente per lo stigma sociale oltre che per la patologia in sé.

Solo il riconoscimento e la gratuità delle cure coperte dal Servizio Sanitario Nazionale possono davvero dare una svolta alla cura di questa patologia.

 

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